Livelli di vita, Julian Barnes

Julian Barnes Livelli di vita Einaudi 2013

Julian Barnes
Livelli di vita
Einaudi 2013

Nella prima parte della vita, il mondo si divide grossolanamente tra chi ha già fatto sesso e chi no. Più avanti, tra chi ha conosciuto l’amore e chi no. Più tardi ancora – se si è fortunati almeno (o forse sfortunati, in realtà) – di divide tra chi ha vissuto il dolore e chi no. Si tratta di differenze assolute; di tropici che attraversiamo.

E di tropici, questo libro, ne attraversa parecchi, oppure probabilmente ne ripercorre solamente uno, semplice e determinante, e lo fa in modi sempre diversi, sfaccettati, pluridimensionali.

Il tema è quello del distacco, della separazione, fisica ancora prima che emotiva; l’episodio è quello del lutto, che all’improvviso strappa via un’esistenza al suo decorso naturale.

Julian Barnes, vincitore nel 2011 del più importante premio letterario di lingua inglese, il Man Book Prize, esce dunque in Italia per Einaudi, che già annovera altri suoi titoli in catalogo, con Livelli di vita, un testo, lo si vede subito, particolarissimo, e direi squisitamente efficace nella semplicità del gesto, nella schiettezza delle riflessioni, nell’autenticità del sentimento.

Lo si vede subito, dicevo, perché il romanzo si presenta immediatamente tripartito: la prima sezione, Il peccato dell’altezza, riporta esempi e tentativi di spiccare il volo, nel senso più letterale del termine, ossia i decolli reali, a bordo di una mongolfiera, proprio come suggerisce la stessa immagine di copertina (SSPL / Science Museum / Getty Images); la seconda sezione, dal titolo emblematico, Con i piedi per terra, sviscera a ritroso, con garbo e un bell’acume ironico, la metafora dell’assenza di gravità e della sfida più bruciante e imprescindibile a cui l’uomo sceglie, consapevolmente o meno, di sottoporsi in ogni tempo, in ogni luogo e a dispetto di qualunque condizione fisiologica, ossia, l’amore; la terza parte, infine, Perdita di profondità, è il vero nodo del romanzo, in cui la riflessione si fa parola e perciò entra sempre più nel fulcro dell’allontanamento, indaga l’atroce lutto subito, perpetrato, alla fine rigettato, e funge da raccordo raziocinante con l’emotività sensibile e frenetica, precedentemente sovraesposta.

Barnes tenta così di imbrigliare il nervo scoperto del sentimento viscerale attuando una serie indefessa e pressoché inappuntabile di riflessioni sul senso della perdita, sullo spaesamento del ritrovarsi soli al mondo, sull’incapacità dialettica di occupare la mente e le parole con altro che non sia il proprio dolore, la propria privatissima sofferenza, il proprio intimo e personale calvario su questa terra.

«Il fatto è che la vita è di una precisione assoluta; si soffre nell’esatta misura di quanto vale la perdita, perciò si finisce per affezionarsi al dolore, secondo me. Se non importasse, non importerebbe ».

L’ho trovato confortante e ho tenuto a lungo la lettera sulla mia scrivania, pur dubitando di poter mai arrivare ad affezionarmi al dolore. D’altra parte, ero solo all’inizio del percorso.

Il valore di questo libro, a parer mio, sconfina dal discorso strettamente letterario, e va direttamente a posizionarsi in una sorta di limbo ibrido, in cui la scrittura non replica affatto, ma anzi condiziona visceralmente la vita, la quotidianità, la cosiddetta elaborazione  e metabolizzazione del sé.

Siamo davanti a un romanzo che di narrativo, ontologicamente parlando, ha poco o niente: sembra di leggere piuttosto un saggio disincantato sulla ragione e sul sentimento umano, la cui prosa si sviscera con naturalezza, quasi da sé, senza macchiarsi della patina cattedratica e meditabonda che talora, spesso, tende a infangare i cosiddetti approfondimenti psicologici.

Il linguaggio di Barnes è colloquiale e autentico, è primitivo e immediato, pur conservando una certa studiata e sapiente eleganza: Barnes non sembra voler raccontare davvero niente al lettore, eppure arriva a metterlo faccia a faccia con la nudità essenziale delle più intime e perturbanti reazioni umane, grazie e a dispetto di vertiginose altezze e di altrettanto vorticosi precipizi.

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