L’investitore americano, Jan Peter Bremer

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Trasalì e guardò il taccuino. Ma in cosa consisteva, la sua missione di scrittore? Certo non nel facile sogno di un altrove migliore! Al contrario, avrebbe dovuto incatenarsi allo scrittoio, rinchiudersi nell’appartamento per gli anni a venire. Invece di vedere se stesso con un turbante in capo uscire da una porta intagliata o da un igloo avvolto da una pelliccia con stivali di foca ai piedi, la missione di uno scrittore era quella di immaginare come in quei luoghi vivessero gli altri.

Jan Peter Bremer è uno scrittore puro, nell’accezione più letterale del termine, e questo libro, L’investitore americano, pubblicato da L’Orma Editore nel giugno 2013, ne è la piena testimonianza.

Meno di 140 pagine per ipotizzare una lettera, uno stream of consciousness garbato e infaticabile, condotto, senza flessioni né  divisione in capitoli, con una prosa intelligente e surreale, da un protagonista che non ha un nome né un volto.

Di lui sappiamo solamente poche cose, ma essenziali: è sposato, ha due figli, un cane, vive a Berlino, ha un appartamento ormai fatiscente in un palazzo in evidente stato di decadenza, e, più di tutto, soffre della cosiddetta sindrome del “blocco dello scrittore”.

La feroce speculazione edilizia di cui resta vittima la sua famiglia è appunto opera di un misterioso investitore americano, che l’autore, con un brillante e vivace guizzo d’ironia, immagina vivere perennemente fra le nuvole, a bordo di un lussuosissimo aereo privato, dal quale sorvola e controlla i suoi sconfinati e innumerevoli possedimenti terreni.

Il nostro protagonista, dunque, ormai ogni giorno in lotta aperta con la moglie, solo apparentemente disinteressato dell’economia familiare, pressoché dimentico e lassista nell’educazione dei figli nonché nella cura della sua stessa persona, decide di investire le poche energie a lui rimaste nella stesura di una lettera, una missiva che dev’essere impeccabile proprio perché indirizzata all’investitore americano, perfetto specchietto per le allodole, ottimo capro espiatorio di tutti i mali, fisici e soprattutto psicologici, che affliggono l’esistenza dello sventurato inquilino, e, a ben guardare, del genere umano tutto.

Così, l’intero libro si scopre come una lunga, tragicomica riflessione sul senso della vita, sugli errori commessi, sui plausibili rimedi, sulle fantasie salvifiche e sui costanti cambiamenti di prospettiva, sempre stranianti.

Ecco, ad esempio, come il protagonista s’immagina descritto ai propri figli:

Vostro padre, bambini, è una nebbia abbagliante. Con pazienza se ne sta rannicchiato tra i nembi e aspetta l’aereo dell’investitore americano per scortarlo fino alla rupe più vicina. Vostro padre, bambini, è un brigante, ma uno di quelli che sarà cantato dalle generazioni a venire, che ha dato rifugio ai poveri e malmenato i ricchi, che con le forbicine per le unghie si è aperto la strada nel cuore di paesi lontani per cercare persone scomparse nel ventre di serpenti e coccodrilli. Un uomo, vostro padre, che aveva paura solo dell’acqua fredda, che la sera vi preparava la merenda per il giorno dopo, un uomo, bambini, che passava la maggior parte delle notti seduto in poltrona triste e solitario, un uomo che davanti al problema di allacciare le stringhe delle vostre scarpe avrebbe voluto chiamare i pompieri, un uomo che alla fine passava il proprio tempo accovacciato sul pavimento dello studio sognando pareti che a questo mondo non esistono.

Non solo il tono, come si evince con chiarezza, è volutamente fiabesco, ma l’andamento stesso del discorso si scopre programmaticamente contraddittorio: il protagonista ama in modo viscerale e quasi ossessivo la sua famiglia, anche se sembra completamente esausto della sua e della loro quotidianità, e per questo continua a sognare mondi lontani, soluzioni alternative; inoltre, è dotato di un’incredibile fantasia e talento letterario, anche se è convinto di non riuscire a scrivere neppure una frase degna di nota, e infatti per l’intero libro non fa che inseguire un incipit mancante, sfogando tutte le frustrazioni e le ansie represse che attanagliano la sua vita nell’esasperante ricerca di qualcosa che invece ha già, ma che gli è ormai divenuto impossibile vedere, e godere.

Questo libro è una metafora perfetta dell’esistenza più intima di ciascuno, condotta con una scrittura superba, pacata e spericolata insieme.

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