La scolta, Gian Maria Annovi

scoltaico

Il tema del dialogo, plausibile o totalmente inverosimile, tra due entità ben distinte e separate, è forse uno dei crucci predominanti nella letteratura e nella poesia di ogni tempo. Degli ultimi tempi, soprattutto. In un (lungo) periodo in cui il dialogo sembra ridotto sostanzialmente a mera utopia, lo scambio di ruoli e l’impraticabilità delle relazioni umane, anche quelle apparentemente più basilari, torna in auge come vertice imprescindibile di analisi etica, estetica e stilistica nelle scritture più interessanti della contemporaneità.

Gian Maria Annovi pubblica quest’anno, per le Edizioni Nottetempo (poeti.com) un testo breve, enigmatico e paradossale nella sua esponenziale semplicità e chiarezza, sia d’intenti che di linguaggio: La scolta.

La figura, tratta dall’Orestea di Eschilo, rappresentava nella tradizione mitica una sorta di guardia, un personaggio diremmo marginale, che trovava la sua ragion  d’essere unicamente nell’attesa dello sviluppo della vicenda. Dall’attesa nasceva e con l’attesa scompariva nel nulla, poi, senza compiere la benché minima azione, senza pretendersi risolutiva, senza immolarsi né interferire col naturale decorso degli eventi. 

La scolta di Gian Maria Annovi è un’idea di badante estone, chiamata a vegliare su un’idea di signora medio borghese italiana. La signora è vecchia e malata, e sta per morire. La badante è giovane e forse ingenua, e il suo ruolo è unicamente quello di assistere, aspettare, esistere.

Nemmeno il dialogo tra le due è materialmente praticabile: troppo diversa la loro estrazione sociale, molto distante il loro modo di ragionare e di esprimersi, opposte e conniventi le loro prospettive di vita. Eppure, l’intero testo è pervaso e attraversato da un’incongruente e viscerale vicinanza, un istinto di empatia e compartecipazione idealizzata, sovraletteraria e sovraletterale se possibile, tutta basata sull’assurdità del vivere quotidiano.

Un esempio su tutti:

LA SIGNORA #3

la sento che striscia
nella notte che non dorme
la segue il rumore delle ciabatte

si ferma in cucina e mi apre
la mia celletta dei surgelati
e ne vedo la luce glaciale
che goccia da tutte le fessure

lei ci resta davanti per mezzora

(è la neve, io penso, che ci vede:
il bianco notturno del suo paese)

LA SCOLTA #3

luce frigor si è rotto.
chiamo telefono e viene
figlio grande di Signora.

dice andare in giardino.

poi dietro albero di uva
dico luce è problema
che più non funziona.
lui dice sì e mette mano.
mi tocca. e io lascia fare.

che frigor nuovo domani mi arriva.

Sopra le righe, assolutamente aderente alla realtà. Questo mi sembra il valore più proprio del testo di Annovi, che tenta la mimesis con una lingua ibrida, sfalsata, esattamente perché risultano viscosi e sobbalzanti i ragionamenti delle due protagoniste.  L’una inconsapevole dell’altra, entrambe legate da un destino inesorabile di sofferenza, di solitudine, e infine appunto di uscita, che sia vissuta e avvertita come un atto di morte o di fuga, poco conta.

Anche un terzo punto di vista è riportato, verso la fine del testo: è il CANTO DELLE VICINE, evocativo e agnostico trasferimento d’immagine, che evidenzia per contrasto la solitudine esponenziale in cui ciascun essere umano è immerso, inequivocabilmente destinato a non farsi comprendere, nel profondo, neppure dalle persone che si reputano, appunto, più vicine, consimili.

La scolta è un testo che non può lasciare indifferenti: è l’inesatto valore della vita che si trasforma in impossibilità di dialogo, e che, a maggior ragione, forte proprio di questo errato e macilento procedimento, diventa invece: idea di comunicazione allo stato puro.

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3 commenti

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3 risposte a “La scolta, Gian Maria Annovi

  1. Pingback: La Scolta di Gian Maria Annovi | PORTBOU

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